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giovedì, 12 giugno 2008

Nicolas Sarkozy la riforma nonostante tutto

ded439dbe476486e69ee3d66b5fac329.jpgBisogna credere a Nicolas Sarkozy quando ripete ai suoi ellettori che dopo il 2012 vuole smettere di "fare il presidente" per praticare una professione che lo farebbe guadagnare "molti soldi?" Evidentemente no. Il progetto di revisione costituzionale, attualmente sotto esame al Parlamento francese, limita a due quinquennali la durata del mandato presidenziale. Questi dieci anni costituiscono l'orizzonte naturale di un presidente che, eletto all'età di 52 anni, può considerare essere capace di ripresentarsi legalmente quando ne avrà 57. 


Pertanto, Sarkozy non è completamente insincero quando afferma che, tra quattro anni, potrebbe realmente abbandonare la politica. È il suo modo di rilevare la trappola nella quale si sono abbattuti numerosi suoi predecessori. "Se si pensa alla sua rielezione, non si fà più nulla. Quello che conta, è quello che rendo nel mio quinquennale", ha detto lui davanti agli eletti che riceve in questo momento a sfornate e ai quali ripete: "Voglio andare in fondo, in fondo, in fondo... La mia ambizione è cambiare profondamente la Francia."

45bd40d0c7c61d006eb79f4ad48cfc41.jpgNicolas Sarkozy, il riformatore. È con questa etichetta che il candidato si è fatto eleggere nel 2007. Ed è con questa etichetta che il presidente, indebolito, ha deciso di mettere il punto per tentare di riconquistare l'opinione. Lo si credeva paralizzato dallo svitamento di popolorità che ha subito quest'inverno a causa di sovrapresidenza e derivamento di bling-bling – un calo di trenta punti dalle opinioni favorevoli, in un anno, una cosa mai vista dai suoi predecessori! Ed ecco che, dopo una piega strategica di alcune settimane, riparte all'assalto, moltiplica i spostamenti e gli annunci - la riforma del sistema di esami scolastici BAC, l'assunzione di nuovi insegnanti, le 35 ore settimanali, la riforma della rappresentatività sindacale, il piazzamento dei disoccupati, il servizio minimo nelle scuole in caso di sciopero... -, il tutto rifiutando di cedere alle pressioni dei dimostranti che gli hanno ordonato, in maggio, di rinunciare alle cancellazioni di posti di lavoro nell'istruzione nazionale.

Impopolare ma nonostante tutto riformatore. Il paradosso merita di essere esplorato. Di solito, quando si è nella situazione di Sarkozy, uno evita di muoversi, di paura di essere ancora più impopolare o diventare l'ostaggio della strada. È al meno quello che insegnava la recente storia: dopo l'episodio gestito male della canicola nell'estate 2003, Jean-Pierre Raffarin aveva perso lo slancio che aveva permesso un anno prima di portare a buon fine la riforma delle pensioni. Dopo la crisi del contratto di prima assunzione (CPE), nel 2006, Dominique di Villepin aveva visto sparire la credibilità che aveva messo un'anno a guadagnare.

Da Pierre Mauroy a Lionel Jospin, quanti Primi ministri non hanno provato in vano a definire una "nuova tappa" che li avrebbe permesso di rimbalzare? La storia della V. Repubblica francese è legata a queste perdite di fiato, che, una volta passati allo stato di grazia, minacciano la coppia ministeriale. Jacques Chirac ne era cosi impregnato che consigliava ai suoi ministri i più intraprendenti di non smuovere troppo un paese sempre pronto ad infiammarsi. È questa maledizione della stagnazione che Sarkozy tenta oggi di scongiurare con un primo timido ritorno sull'investimento: in due recenti sondaggi, la sua popolarità avvia ad un leggero miglioramento. È la prova che la presa di rischio si stà rivelando appagante.

L'impopolarità non lo frena

d16f177ce3cfa022a97718bb246cfb68.jpgSi tratta, inoltre, di un rischio molto calcolato. Se Sarkozy ha deciso di intraprendere le riforme, nonostante la sua fragilità del momento, è perché valuta che il quinquennale gli ne offre l'opportunità: la sequenza non essendo interrotta da nessuna elezione intermediaria a livello nazionale - cosa che non era il caso con i settennati -, gli lascia ancora quattro anni pieni per tentare di ottenere dei risultati. Non smette di ripetere: "I francesi mi giudicheranno alla fine del mio mandato".

Fino a li, è sui 19 milioni di suffragi che hanno scelto il suo nome il 6 maggio 2007 che intende appoggiarsi, convinto che traducono il desiderio del cambio del paese. Su questo punto, i sondaggi gli danno ragione, sottolineando che da un anno la Francia si è messa in movimento senza blocco notevole. La società francese è pronta a muoversi perché le riforme di oggi sono state precedute per anni da pedagogia e che la mondializzazione spinge inevitabilmente ai paragoni.

Ma, in un contesto cosi cupo, riformare non va senza grandi precauzioni. L'estrema attenzione accordata da Sarkozy alle categorie popolari, vittime dell'aumento del prezzo del gazolio, punta a correggere l'errore che aveva commesso all'inizio del quinquennale con la legge sul lavoro, impiego, potere d'acquisto: le misure prese in favore dei redditi alti - come scudo fiscale - erano stati interpretati come un "regalo fatto ai ricchi", distorcendo il resto del dispositivo. Però, su questo punto, le inchieste di opinione convergono comunque: la riforma passerà soltanto se i francesi hanno il sentimento che lo sforzo è distribuito equamente.

Prima regola perciò: priorità mediatica a quelli che soffrono.

Seconda regola sapere scavare le leve di cambio la dove sono. Annunciando la sua volontà di istituire un servizio minimo nelle scuole in caso di sciopero degli insegnanti, M. Sarkozy sapeva che il dispositivo sarebbe stato difficile da inserire - lo sarà mai? -, ma sapeva anche che gli avrebbe assicurato l'appoggio dell'opinione difronte ai sindacati. È da allora che il movimento si indebolì.

Terza regola che corregge la precedente. Non andare troppo lontano in questo gioco che consiste nel giocare l'opinione contro i corpi intermedi: affrontando sindacati il CGT ed il CFDT sulle 35 ore per dare dei pegni all'elettorato di destra, Sarkozy corse il rischio di umiliare i sindacati, che però si era abilmente impiegato a rimettere in gioco. È necessario trovare al più presto i mezzi per correggere l'affronto, se nò la politica contrattuale rischia di rimanere ferma.

Mistura di carota e bastone, fermezza e seduzione, la strategia presidenziale disegna un panorama commovente e difficile da afferrare: molto furbo chi oggi può dire con precisione quello che viene dall'effetto e quello che esce dalle vere riforme; molto furbo chi può calcolare quanto il movimento usato da Sarkozy ha già fatto guadagnare al paese. Ma, aspettando l'ora del bilancio, il fatto è che la Francia assomiglia ad un enorme cantiere. Ed è già molto.

Scritto: da LuisB

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