martedì, 24 giugno 2008
Fallimento in vista per la missione dell'ONU nel Darfur
Mancanza di materiale, continue divisioni interne, totale impotenza: i caschi blu (militari per il mantenimento della pace dell'ONU) impegnati dall'inizio dell'anno, infatti, sei mesi dopo il lancio dall'ONU della sua più importante missione di mantenimento della pace, la più costosa e la più mediatizzata della storia - la spedizione di 26.000 caschi blu nel Darfur -, l'operazione non riesce ancora ad assicurare la minima protezione della popolazione che era supposta salvare.
Ad oggi, appena un terzo delle forze militari ed un quarto delle forze di polizia furono usate, così che la missione minaccia di diventare già alla partenza un fallimento catastrofico. Il materiale non arriva ed i soldati sono ridotti a dipingere i loro caschi di blu (o a ricoprirli con una plastica blu fissata da un elastico).
Per incoronare il tutto, il generale nigeriano posto alla testa della missione, Martin Luther Agwai, ha rivelato che aveva appena pensato dimettersi. "Pensavo che il mondo si disinteressasse di noi", ha spiegato. È solo dopo avere letto una guida di sviluppo personale intitolata “Stop Worrying and Start Living” [Smettete di preoccuparvi e cominciate a vivere] che ha deciso di rimanere.
Da quando la missione congiunta dell'ONU e l'unione africana (UA) vide il giorno, all'inizio dell'anno, per proteggere i 7 milioni di abitanti del Darfur [regione situata ad ovest del Sudan, nel deserto del Sahara] contro gli attacchi delle milizie Janjaweed, sostenute dal governo sudanese e dal suo esercito ufficiale, e dei gruppi ribelle e contro il banditismo, nessun soldato supplementare della missione Onu non fu usato. Delle installazioni indispensabili e mezzi logistici come elicotteri e veicoli blindati di trasporto di truppe non sono mai arrivati. Gli unici veicoli dei quali dispone in questo momento la missione, sono quelli della MUAS [la Missione dell'unione africana in Sudan che ha avuto luogo dal 2004 al dicembre 2007] che cadono a pezzi. Quattro anni passati nel deserto lasciano delle tracce.
Nel campo degli operatori civili, le tensioni oppongono i vecchi responsabili dell'unione africana (UA) ed i nuovi dell'ONU. Il primi biasimano il personale dell'ONU di essere "arrogante" e “antipatico", allora che le nuove reclute dell'ONU rimproverano certi membri dell'UA di pigrizia e di "incompetenza."
Nei campi dei profughi sovraffollato all’inverosimile, dove domina un calore asciutto e polveroso, il sentimento di disperazione è lo stesso che nei locali climatizzati del quartiere generale del MINUAD [Missione congiunta delle Nazioni unite e l'unione africana nel Darfour] in El-Fasher, capitale del Nord Darfur. Per le persone che hanno lasciato il loro villaggio cinque anni fà e che aspettano in campi militari che una forza internazionale riattivi delle condizioni di sicurezza minime sufficienti in modo che possano tornare a casa loro, il bilancio del MINUAD è un colpo terrifibile. "Pensavamo che ci avrebbero salvati. Ma non ci sono cambiamenti. Ci accontentiamo di aspettare la morte", confida a dei giornalisti e operatori umanitari internazionali Zahara Khetir, una donna di 60 anni, madre di dieci bambini, che vive nel campo di Zam Zam, ad una trentina di chilometri da El-Fasher.
La scontentezza è palpabile fra gli alti responsabili del MINUAD. "Non abbiamo la mano-d'opera necessaria per assicurare la sicurezza in tutti i campi del Darfur", insorge durante le interviste ai membri della stampa il tenente colonnello Ahmed Al-Masri. "Il MINUAD non può fare altro che osservare."
Ma la rabbia sale anche contro la comunità internazionale - in questo caso gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia -, da persone deluse di vedere che la missione non associa l'atto al discorso degli alti leader di questi paesi.
Logicamente da parte sua Henry Anyidoho, attuale vice-rappresentante della missione assicura che "Il MINUAD non è in causa". Per lui e per i suoi sottotenenti "Il problema viene dalla comunità internazionale, che non è riuscita nell'offrirgli il materiale del quale ha bisogno per portare a termine il suo compito. Aspettano troppi risultati e troppo rapidamente, mentre non ci danno i mezzi per agire." Nuovi battaglioni sono aspettati nei prossimi mesi. In pubblico, la forza internazionale ha la speranza che i 26.000 soldati e poliziotti promessi saranno mandati da qui ad un'anno. Ma in privato, alcuni ammettono che la piena efficienza di questa missione non sarà forse mai raggiunta.
Le divisioni interne non aiutano. Certi alti responsabili sostengono apertamente il governo sudanese e altri non tentano nemmeno di nascondere la loro simpatia per i ribelli. Queste divisioni potrebbero pronunciarsi con la propagazione, nei due prossimi mesi, dei primi due battaglioni egiziani. Il vicino settentrionale del Sudan è visto come un potente alleato di Karthoum. Quando un gruppo di ribelle del Darfur, il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza, ha lanciato un attacco sulla capitale il mese scorso, l'Egitto spedì degli aerei da combattimento e propose di fornire delle truppe per aiutare il governo sudanese.
Queste divisioni interne tra chi dovrebbe gestire la crisi fanno solamente aumentare l'insicurezza che regna nel Darfour. Sul pezzo di strada di 80 chilometri che associa le città di Nyala e di Kass, nel sud del Darfur, si conta quindici posti di blocco militari, tutte controllate da gruppi diversi. I veicoli che usano questa strada devono avere il via libera di ognuno dei gruppi per viaggiare in sicurezza.
Il MINUAD stesso non è al sicuro. Il mese scorso, non lontano da El-Geneira, la capitale dell'ovest-Darfur, un comandante Nigeriano ed una manciata di soldati sono caduti in un'imboscata tesa da una decina di uomini armati a cavallo. I banditi s’impossessarono delle loro armi e il veicolo, e gli uomini del MINUAD sono dovuti ritornare a piedi alla base.
Risorse
Il conflitto armato del Darfur in questo momento in corso nella regione del Darfur situata nell'ovest del Sudan, stato dell'Africa centro-orientale delimitato da Ciad, Egitto, Etiopia, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Repubblica Centroafricana e Kenia.
Il conflitto, iniziato nel febbraio del 2003, vede contrapposti i Janjaweed, un gruppo di miliziani islamici reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione non Baggara della regione. Il governo sudanese, pur negando pubblicamente di supportare i Janjaweed, ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit.
Le stime delle vittime del conflitto variano a seconda delle fonti ma sono almeno 300 mila le persone morte finora, stando a stime Onu, e oltre 2,5 milioni i profughi. La maggior parte delle ONG reputa credibile la cifra di 400.000 morti fornita dalla Coalition for International Justice e da allora sempre citata dalle Nazioni Unite. I mass media hanno utilizzato, per definire il conflitto, sia i termini di "pulizia etnica" sia quello di "genocidio". Il Governo degli Stati Uniti ha usato il termine genocidio, non così le Nazioni Unite.
A seguito della recrudescenza degli scontri durante i mesi di luglio e agosto del 2006, il 31 agosto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 1706, che prevede che una nuova forza di pace, composta da 26.000 caschi blu dell'ONU, sostituisca o affianchi i 7.000 uomini dell'Unione Africana attualmente presenti sul campo. Come sarebbe da aspettarsi il governo del Sudan ha avanzato forti obiezioni nei confronti della risoluzione e ha dichiarato che le forze ONU che dovessero entrare in Darfur sarebbero considerate alla stregua di invasori stranieri. Il giorno seguente i militari sudanesi hanno dato il via ad un'imponente offensiva nella regione.
Diversamente da quanto accadde per la seconda guerra civile sudanese, che vide contrapposti il nord, prevalentemente musulmano, e il sud, cristiano e animista, nel Darfur la maggior parte della popolazione è musulmana, come gli stessi Janjaweed
Sono state finora approvate diverse risoluzioni dal Consiglio di Sicurezza, inviata sul posto una missione dell'Unione Africana (AMIS) e discusso il caso presso la Corte penale internazionale dell'Aja. Le aree più critiche sono i territori del Darfur occidentale, lungo il confine con il Ciad e oltre, dove l'assenza di condizioni di sicurezza hanno ostacolato anche l'accesso degli minimi aiuti umanitari. (Fonte: Wikipedia)
Link
Rapporto Annuale 2008 - Africa subsahariana – Sudan (Fonte: Amnesty Italia)
Scritto: da LuisB
00:05 Scritto da : LuisB in Attualità, Diritti Umani, Geopolitica, Opinione, Pace | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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