lunedì, 20 aprile 2009

Quei paesi che tradiscono Gandhi

470326304.4.jpgIl Dalaï Lama non andrà in Sudafrica. Doveva partecipare ad una conferenza sul tema del calcio come strumento di lotta contro il razzismo e la xenofobia, insieme ad altri Premi Nobel per la pace. Però il suo visto è stato rifiutato da Pretoria "in nome dell'interesse nazionale". Il ministero degli esteri nega aver ceduto a pressioni cinesi, ma nessuno è stupido...


La Repubblica Popolare Cinese, del resto, ha comunicato di "apprezzare" la presa di posizione del governo di Pretoria. Desmond Tutu, padre della "Commissione Verità e Riconciliazione", non nasconde la sua "pena" e dichiara la sua "vergogna". Ma poiché al Dalai Lama è stata negata la possibilità di partecipare, la conferenza è ora stata boicottata da altri Premi Nobel, tra cui dello stesso Arcivescovo di Città del Cabo Desmond Tutu e dall'ex presidente sudafricano F.W. de Klerk.

216447673.3.jpgIl Sudafrica non è un paese qualsiasi: Gandhi vi ha forgiato le sue armi - la resistenza - la resistenza pacifica alla sovranità - prima di battersi contro la colonizzazione britannica ed il sistema delle caste sociali nel suo paese. Anni più tardi, Nelson Mandela ne ha seguito le tracce per negoziare l'uscita dalla segregazione razziale.

Nella loro lotta, i resistenti dell'ANC potevano contare sul sostegno dell'opinione pubblica e di una grande parte della Comunità internazionale. È ancora vivo il ricordo dell'impatto simbolico che ottenne il boicottaggio decretato contro i prodotti provenienti dal Sudafrica e durato fino al termine del regime dell'apartheid.

Senza questa mobilizzazione dell'opinione pubblica internazionale e senza gli esempi di uomini che hanno nobilitato il combattimento contro l'oppressione con il loro pacifismo, chissà dove sarebbero, oggi, i militanti dell'ANC... Ora governano uno dei paesi africani più prosperosi, ma cosa fanno del loro potere? Dove è finita la loro solidarietà verso altri popoli ancora oppressi?

Vietando l'ingresso al Dalaï-Lama sul proprio territorio, il nuovo Sudafrica rinuncia all'eredità di Gandhi come quella di Nelson Mandela e da prova di un cinismo crescente, al quale ci stanno purtroppo abituando alcuni paesi che si rivendicano del terzo-mondismo. Al "Consiglio dei Diritti dell'Uomo", dove si prepara la futura conferenza internazionale contro il razzismo, la sorte dei Tibetani non sembra suscitare grande interesse.

Alcune settimane fa, la Cina ha superato con precisione l'esame periodico universale al quale si sottopongono ormai tutti i paesi ogni quattro anni. Poco più di un puro esercizio di stile. L'Australia ed il Canada sono stati i soli ad affrontare direttamente la questione del Tibet. Non senza attirarsi i "fulmini" dalla Cina, che denuncia i "tentativi di politicizzazione" straniera. Per sua fortuna, però, il Nuovo Impero può godere appieno dei diversi commenti "positivi" provenienti dal blocco asiatico, africano e dal gruppo musulmano.

Un coro di lodi - davvero grottesco - ha, infatti, salutato gli "immensi progressi" compiuti dalla Cina sui diritti dell'uomo: Gabon e Mali non hanno risparmiato gli elogi; Birmania e Zimbabwe (vista la loro situazione attuale) sono stati colti con il proverbiale dito nella marmellata e non hanno potuto, giustamente, fare altro che concordare con le manovre di Pechino. Il Sudan si è anche congratulato con la Cina per la sua politica "di riabilitazione attraverso il lavoro" che molto assomiglia ai "lavori forzati" del passato!

610x.jpgNormalmente, i paesi dell'Unione Africana e dell'Organizzazione della Conferenza Islamica brandiscono il diritto all'autodeterminazione come uno stendardo. In pratica, nessun paese del Sud lo riconosce, però, quando il popolo in questione è oppresso da un paese che viene da oriente e non da occidente. In questo caso, sempre a proposito di Cina, sia Cuba che Pakistan hanno reso omaggio a questo "grande paese", di cui il Tibet farebbe irrimediabilmente parte a tutti gli effetti: politicamente, socialmente e territorialmente.

Gli stessi delegati che tuonano da mattina a sera contro l'imperialismo americano, si prostrano non appena si tratta di imperialismo cinese. Possono sempre denunciare il sistema dei "due pesi e due misure" della super potenza statunitense e dei suoi diretti alleati europei, ma i loro canti risuoneranno vuoti finché non avranno tolto la trave immensa che gli copre i loro occhi. In materia "di due pesi e due misure" queste nazioni sono, senza dubbio, dei veri campioni.

Scritto: da LuisB

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