venerdì, 22 maggio 2009
Dmitri Medvedev, il fido luogotenente di Vladimir Putin
All'ultimo vertice del G20 di Londra, la Russia è rimasta decisamente in secondo piano. Il presidente russo Dmitri Medvedev si è fatto notare soltanto in relazione alla sua intervista con Barack Obama rilasciata il 1° aprile, e, in minor misura, per la conferenza alla London School of Economics che ha tenuto il giorno dopo. La performance del presidente russo avrebbe potuto essere più accattivante, ma la Russia non aveva nulla di serio da proporre al G20 e, ad oggi, non ha versato un solo dollaro per il piano di rilancio del fondo monetario internazionale (FMI).
Di fatto l'intervento della rappresentanza russa, ha brillato - tendenzialmente - per l'assenza di qualsiasi iniziativa relativa alla gestione del grande tumulto finanziario e sociale che attraversa il nostro pianeta di questi tempi e che vede coinvolti in pieno sia la Federazione Russa stessa, che i suoi paesi satellite. Tornati in Russia, è il ministro delle finanze, Alexeï Koudrine, a rendere conto al primo ministro, Vladimir Putin: la Russia non partecipa alla spesa poiché "ha già sbloccato 10 miliardi di dollari per la sua zona", facendo riferimento ai prestiti proposti ad alcuni paesi ex-sovietici. Dove sono le solide riserve finanziarie di cui lo stesso Alexeï Koudrine si vantava due mesi prima?
A Londra, il più importante appuntamento nell'agenda del presidente russo era l'intervista con il neo presidente statunitense. L'accordo per rilanciare il controllo su gli armamenti ha consentito di premere ufficialmente sul "reset button". Favorendo il dialogo con il suo "camerata" Barack Obama, il presidente Medvedev ha seguito un metodo classico dei dirigenti russi: rafforzare lo status internazionale del proprio paese creando una relazione positiva e privilegiata con un'altra grande potenza nucleare. L'altra ragione della ridotta prestazione di Dmitri Medvedev potrebbe avere a che fare con l'ambiguità del suo ruolo nell'attuale configurazione del potere a Mosca: mantenere un ruolo di primo piano quando si è soltanto il "secondo" di Vladimir Putin richiede sicuramente un attento esercizio di equilibrio.
Nella conferenza del 2 aprile alla London Business School, Dmitri Medvedev ha scelto di sedurre il suo pubblico con il sorriso ed il buonumore. Ha scelto di mostrarsi aperto e senza pomposità, al punto da apparire quasi "soft". Forse "troppo soft" per dirigere il Cremlino? Il contrasto con Vladimir Putin - lo sguardo duro che trapassa, l'atteggiamento sempre scontroso, la combinazione di minaccia e seduzione - è stato sorprendente.
In un discorso piuttosto piatto, Medvedev ha riassunto alcune delle grandi acquisizioni nella dichiarazione comune del G20 appena firmata ed ha nuovamente proposto il suo progetto "di valute di riserva regionali" che nessuno aveva preso in considerazione. Di seguito ha illustrato un'incongrua teoria secondo la quale, prima della crisi, lo Stato, il mondo "degli affari" e la società civile erano tre sfere che comunicavano poco: "ora, invece, tutto è legato", garantisce. E aggiunge che la sua forza risiede nelle esperienze maturate in un altro periodo della sua vita (quando insegnava diritto all'università e lavorava, con Putin, per il municipio di San Pietroburgo), durante il quale "ha fatto del business" e "si è occupato di affari legali", comprendendo così l'interazione tra i settori.
Medvedev ha detto che l'ingerenza dello Stato dovrebbe essere "temporanea" (facendo così sorridere coloro i quali hanno seguito l'acquisizione "forzata" del controllo della direzione delle risorse economiche e delle grandi imprese russe) soprattutto visto che lui stesso è stato messo da Vladimir Putin, già dal 2000, alla presidenza di Gazprom, l'impero transnazionale del gas naturale russo.
Insiste sull'aiuto ai più deboli (i pensionati, i disoccupati...), cosa che lo porta a parlare della situazione nel Suo paese, ma senza presentare le strategie attuate sul piano nazionale per risollevare la situazione. L'opinione, allora, sembra quella di un ministro degli affari sociali, non di un presidente che si proietta nel futuro. Non una parola sullo Stato di diritto, o sulla necessità di una giustizia onesta... ma, certamente, la "Russia è uno Stato democratico". E nello stesso momento in cui parla, il secondo processo a Mikhaïl Khodorkovski continua, con nuove terribili accuse (tra cui quella di aver deviato tutta la produzione petrolifera della sua società, Ioukos, al suo profitto personale, un'appropriazione stimata in 24 miliardi di dollari, oltre 18,2 miliardi di euro).
È inutile chiedergli precisazioni sui suoi obiettivi a medio-lungo termine: il presidente Medvedev replica sempre "un dirigente politico deve lasciare agire i giudici". Infine, torna al tema della sicurezza internazionale e regionale e presenta ancora una volta il suo piano per un nuovo trattato di sicurezza in Europa.
E per concludere la sua relazione sferra un attacco contro l'Ucraina per la crisi del gas di gennaio, azione sorprendente in un discorso che si sviluppato "quasi" interamente senza asperità: in risposta a uno studente georgiano afferma che i dirigenti georgiani sono interamente responsabili del conflitto dell'agosto 2008 e che "non incontrerà mai più Saakashvili"; interrogato sulla questione NATO, ribadisce il rifiuto a qualsiasi futuro allargamento: "la NATO deve occuparsi dei suoi membri - e quelli nuovi non sono comodi! - e smettere di destabilizzare i paesi vicini".
Ad una domanda sulla Cecenia e sull'eventuale rimozione "dell'operazione antiterrorista" (termine ufficiale per la seconda fase del conflitto iniziata nel 1999), la risposta di Medvedev ben riassume l'assenza di una strategia a lungo termine: "è possibile porre fine a questo "regime giuridico" perché "le cose sono cambiate". Tuttavia - precisa - per garantire la sicurezza occorre mantenere le nostre forze nel ministero dell'interno e gli specialisti della lotta antiterrorista. La situazione nel Nord-Caucaso non si presenta semplice" conclude.
Sulla divisione del lavoro con Vladimir Putin - il suo Primo Ministro - il presidente risponde senza ironia: "Il mio operato segue delle procedure giuridiche: sono il capo dello Stato, dunque prendo tutte le decisioni importanti sia in tema di politica interna che nella politica estera", dopodiché aggiunge che "Vladimir Putin ed io formiamo un coppia solida" e sottolinea che Putin ha un compito difficile, a causa della crisi economica. Sorprendentemente, prosegue fornendo precisazioni sui "ministeri di potere", i famosi siloviki, di cui cita i più importanti: difesa, interno, servizi di informazione, protezione civile e spiega che questi "centri di potere" dipendono in modo equivalente sia dal governo che dal presidente.
Dmitri Medvedev dichiara una forma di co-gestione con Vladimir Putin degli organi armati dello Stato (che - quando Putin era a capo del Cremlino - rispondevano soltanto al presidente) anche se il ruolo dominante di Vladimir Putin si manifesta di nuovo alcuni giorni più tardi, quando si rivolge solennemente ai deputati della Duma per presentare il suo bilancio.
Il presidente russo asseconda con lealtà il suo Primo Ministro e non esce dai limiti fissati per il suo ruolo e così il direttivo tiene... ma per quanto tempo? La crisi ha colpito duramente l'economia e la società russa e i momenti difficili mettono sempre a dura prova i sistemi di potere bizantini, che tendono a sfuggire al controllo della società che governano.
Scritto: da LuisB
15:45 Scritto da : LuisB in Attualità, Diritti Umani, Geopolitica, Opinione, Pace, Politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: russia, politica, geopolitica, dmitri medvedev, putin, diritti umani, luis batista |
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