venerdì, 22 maggio 2009
Dmitri Medvedev, il fido luogotenente di Vladimir Putin
All'ultimo vertice del G20 di Londra, la Russia è rimasta decisamente in secondo piano. Il presidente russo Dmitri Medvedev si è fatto notare soltanto in relazione alla sua intervista con Barack Obama rilasciata il 1° aprile, e, in minor misura, per la conferenza alla London School of Economics che ha tenuto il giorno dopo. La performance del presidente russo avrebbe potuto essere più accattivante, ma la Russia non aveva nulla di serio da proporre al G20 e, ad oggi, non ha versato un solo dollaro per il piano di rilancio del fondo monetario internazionale (FMI).
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venerdì, 12 dicembre 2008
È online il nuovo sito di Alice for Children
Chi è Alice for Children
I programmi di Alice for Children sono organizzati da Twins International, un'organizzazione senza scopo di lucro che opera nella cooperazione internazionale allo sviluppo. La Onlus è governata da un consiglio direttivo, presieduto da Diego Masi.
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martedì, 24 giugno 2008
Fallimento in vista per la missione dell'ONU nel Darfur
Mancanza di materiale, continue divisioni interne, totale impotenza: i caschi blu (militari per il mantenimento della pace dell'ONU) impegnati dall'inizio dell'anno, infatti, sei mesi dopo il lancio dall'ONU della sua più importante missione di mantenimento della pace, la più costosa e la più mediatizzata della storia - la spedizione di 26.000 caschi blu nel Darfur -, l'operazione non riesce ancora ad assicurare la minima protezione della popolazione che era supposta salvare.
Ad oggi, appena un terzo delle forze militari ed un quarto delle forze di polizia furono usate, così che la missione minaccia di diventare già alla partenza un fallimento catastrofico. Il materiale non arriva ed i soldati sono ridotti a dipingere i loro caschi di blu (o a ricoprirli con una plastica blu fissata da un elastico).
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martedì, 13 maggio 2008
Infinite tragedie birmane
Il recente passaggio dieci giorni fa del tifone Nargis è doppiamente tragico per il popolo birmane. Soffrendo già delle condizioni di vita più precarie dell'Asia, dei anni di dittatura ed incurie economiche, è oggi colpito da un disastro naturale terrificante. Le dispute internazionali nella ricerca di una soluzione pacifica e dei cambiamenti democratici col regime birmano sono bene conosciute, ma la nostra prima emergenza è, deve esserlo, oggi umanitaria. Gli ultimi numeri avanzati ufficialmente dalle Nazioni Unite estimano in più di 100 000 morti. È già da temere che questo bilancio non diventi ancora più pesante: il ciclone ha colpito particolarmente il delta dell'Irrawaddy, una delle regioni tra le più popolate del paese.
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martedì, 16 ottobre 2007
Il diritto all’alimentazione
Anche quest’anno, il 16 ottobre, oltre 150 Paesi, in tutto il mondo, celebreranno la giornata mondiale dell’alimentazione, ma la fame seguita a crescere nel pianeta. Il numero di persone che soffrono la fame ha continuato a crescere dopo il 1996, ed ha raggiunto attualmente cifre record. Oggi, nonostante le numerose dichiarazioni d’intenti sottoscritti negli anni scorsi dai governi di tutto il mondo, il numero dei malnutriti e dei sottonutriti nei paesi in via di sviluppo non accenna a diminuire. L’alimentazione è un fattore chiave nello sviluppo psico-fisico: troppo poco di tutto o troppo di tanto sono comunque condizioni dannose che impediscono a qualunque bambino, ricco o povero di sviluppare il suo potenziale.
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venerdì, 05 ottobre 2007
Quale futuro per il sistema sanitario USA?
Da sempre, ma in speciale negli ultimi dieci anni, le discussioni sul futuro del sistema sanitario statunitense ruotano spesso attorno a una domanda cruciale, ovvero se gli Stati Uniti d’America dovranno continuare a basare il sistema sanitario su un network privato di medici, ospedali e compagnie d’assicurazione oppure optare per il modello sociale a copertura universale, come succede ad oggi nello vicino Canada e in gran parte dell’Europa?.
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mercoledì, 26 settembre 2007
I 10 luoghi più inquinati del pianeta
Recentemente l’organizzazione ambientalista statunitense Blacksmith Institute, in cooperazione con Green Cross Svizzera, ha stilato l’elenco dei dieci luoghi più inquinati del mondo per il presente anno 2007. La maggior parte delle località inserite nella lista Dirty 30 si trova in Asia: Cina, India e Russia sono i Paesi più rappresentati.
I criteri alla base di questa selezione sono stati elaborati da un team di esperti internazionali che inglobano ricercatori della Johns Hopkins University, del Hunter College, della Harvard University, dell’IIT Delhi, della University of Idaho, del Mt. Sinai Hospital di New York e primari collaboratori di aziende internazionali per la tutela dell’ambiente. Per quanto riguarda la metodologia, quest’anno è stato dato maggior peso all’entità e alla tossicità della contaminazione e al numero delle persone esposte al rischio.
Nella lista quest'anno figurano Sumgait, in Azerbaijan; Linfen e Tianjin, in Cina; Sukinda e Vapi, in India; La Oroya, in Perù; Dzerzinsk e Norilsk, in Russia; Cernobyl in Ucraina e Kabwe, in Zambia. Sono in parte riconferme, in parte nuovi arrivi. Escono dai top ten, ma restano tra i primi trenta, Haina (Repubblica Dominicana), Ranipet (India), Mailuu Suu (Kirghizstan) e Rudnaya Pristan (Russia). Vi entra in cambio a pieno titolo il complesso industriale per la produzione del piombo di Tianjin, in Cina, considerato da solo responsabile della metà dell’inquinamento totale della regione.
Tra gli agenti tossici rilasciati in abbondanza nell'ambiente si trova in quantità massicce il micidiale piombo, una sostanza additata fra le più pericolose per lo sviluppo intellettuale dei bambini. Preso in considerazione per la prima volta anche il centro di Vapi, in India, un esempio di sfruttamento industriale «selvaggio»: in questa località sono presenti più di 50 fabbriche che contaminano il suolo e la falda freatica locale con pesticidi, PCB, cromo, mercurio, piombo e cadmio. La quantità di mercurio presente nella falda freatica di Vapi è 96 volte più alta di quella raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
C'è poi il centro minerario di Sukida, anch'esso presente in India, dove si concentrano oltre il 97% degli scarichi di cromo del Paese, rilasciati nelle riserve di acqua potabile da dodici miniere sfruttate senza il minimo controllo ambientale. Sumgait, in Azerbaijan, è un lascito dell’ex Unione Sovietica: un complesso industriale che inquina la regione con prodotti chimici industriali e metalli pesanti. Il risultato è un tasso di tumori tra la popolazione locale dal 22% al 51% più elevato della media del Paese. Particolare allarme desta l'alto numero di mutazioni genetiche registrato specialmente fra i neonati.
Nella Repubblica popolare cinese a detenere lo scettro della città più malsana è Linfen, nella provincia Shanxi, centro minerario importantissimo la cui attività estrattiva è legata al carbone. L'industria di Linfen, per dire, produce i due terzi del fabbisogno cinese di energia. Qui, l'emergenza è legata soprattutto all'inquinamento dell'aria che mette a rischio 200 mila persone, a causa della presenza di monossido di carbonio, arsenico, piombo e soprattutto delle terribili Pm-10, le particelle sottili che si insinuano ovunque.
Nella Federazione Russa a Dzerzinsk sono ben oltre 300 mila le persone potenzialmente a rischio, a causa della presenza di scarti chimici e tossici provenienti da una fabbrica che produceva armi nel periodo della guerra fredda. Dallo stabilimento uscivano anche gas nervino e altri gas letali i cui effetti tossici sono legati al triossido di arsenico, all'acido prussico, al fosgene, alla diossina e ad altri componenti chimici. Dzerzinsk - per i russi - è una città di morte e distruzione come dimostra anche l'aspettativa di vita degli abitanti: 42 anni per gli uomini e 47 per le donne.
In Sud America, nell’Perù più precisamente nella cittadina mineraria andina de La Oroya - dove ha anche sede un polo di industria pesante - che dagli anni Venti mette in pericolo la vita dei suoi abitanti, costantemente esposti a emissioni tossiche. Anche in questo caso si parla di altissimi livelli di piombo nel sangue, soprattutto dei bambini, il cui sviluppo mentale, spiegano i ricercatori, è compromesso. Secondo gli studi condotti dal Dipartimento generale della salute ambientale del Perù nel 1999, il 19 per cento dei più piccoli ha livelli di metallo pesante nel sangue che eccedono le soglie consentite.
Nel continente africano lo Zambia, e in particolare, la città di Zabwe, che dista circa 150 chilometri dalla capitale Lusaka, qui il problema è soprattutto provocato dal letale piombo. Che si infiltra ovunque, anche nel sangue dei abitanti più piccoli. Zabwe è una delle sei città ubicate nella zona del Copperbelt, un tempo fiorente area industriale dello Zambia proprio a causa dei giacimenti minerari. Fino al 1964 si è continuato a estrarre (centralizzato soprattutto sull’piombo) senza che il governo centrale – uno dei più corrotti all’mondo - prendesse alcuna misura di sicurezza. Oggi industrie e miniere non sono più attive, ma è rimasto l'inquinamento in maniera constante nello territorio. Il livello di contaminazione del suolo da piombo, zinco, cadmio e rame in un'area di oltre 20 chilometri quadrati è molto più alto rispetto alle soglie indicate dall'Organizzazione mondiale della sanità. Abitanti a rischio ad oggi superano e 250 mila individui.
Per approfondimento
Blacksmith Institutel’organizzazione opera in tutto il mondo per identificare e bonificare i luoghi più inquinati del pianeta, utilizzando una metodologia da loro definita “Pollited Place” che mira a concentrare gli sforzi sugli interventi più efficaci.
Sulle aree inquinate più estese l’organizzazione lavora assieme a partner locali, comprese le autorità governative ambientali, per identificare interventi su larga scala e per recuperare i fondi necessari dalle diverse agenzie internazionali. Dal 1999 ad oggi il Blacksmith Institute ha completato 22 progetti in 6 paesi e attualmente é impegnato in 42 progetti in 12 nazioni.
Il termine inquinamento si riferisce ad un'alterazione di una caratteristica ambientale causata, in particolare, da attività antropica. Il termine è quanto mai generico e comprende molti tipi di inquinamento, il suo uso inoltre non è legato al solo inquinamento ambientale.
Generalmente si parla di inquinamento quando l'alterazione ambientale compromette l'ecosistema danneggiando una o più forme di vita. Allo stesso modo si considerano atti di inquinamento quelli commessi dall'uomo ma non quelli naturali (emissioni gassose naturali, ceneri vulcaniche, aumento della salinità).
Quando si parla di sostanze inquinanti solitamente ci si riferisce a prodotti della lavorazione industriale (o dell'agricoltura industriale) tuttavia è bene ricordare che anche sostanze apparentemente innocue possono compromettere seriamente un ecosistema: per esempio del latte o del sale versati in uno stagno. Inoltre gli inquinanti possono essere sostanze presenti in natura e non frutto dell'azione umana. Infine ciò che è velenoso per una specie può essere vitale per un'altra: le prime forme di vita immisero nell'atmosfera grandi quantità di ossigeno come prodotto di scarto per esse velenoso. (Fonte; Wikipedia)
I dieci luoghi più inquinati del mondo 2007.pdf
Rapporto Blacksmith 2007 (lingua inglese) (Documento in formato PDF 1 MB)
Link
I dieci luoghi più inquinati del mondo 2007 (Mappa interactiva)
Album fotografico - I 10 luoghi più inquinati del pianeta
Scritto: da LuisB
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venerdì, 14 settembre 2007
Cioccolato 90% di retrogusto amaro
Il cacao ivoriano ha un 90 per cento di retrogusto amaro. La materia prima che alimenta gran parte del mercato mondiale del cioccolato è servita a finanziare il conflitto in Costa d’Avorio. A riempire le borse dei signori della guerra africani non sono più i diamanti e i legni pregiati, ma i semi di cacao. Le multinazionali che si occupano di trasformare i semi in tavolette, avrebbero, infatti, finanziato la guerra civile scoppiata in Costa d'Avorio fra il 2002 e il 2004. E che è continuata in sordina anche negli ultimi tre anni.
Circa 118 milioni di dollari ricavati dal commercio dei baccelli sono stati usati per comprare armi, sia dalle forze governative del presidente Laurent Gbagho sia dai ribelli. È un paradosso noto da tempo, per un paese, la ricchezza di risorce naturali può trasformare in una maledizione. È il caso della Costa d’Avorio, il primo produttore mondiale di cacao. Il paese del corno d'Africa è il primo produttore mondiale, con esportazioni record (oltre il 60%) dirette verso l'Unione Europea. Una vera miniera che vale il 40% dell'intero mercato globale: il Ghana, paese confinante e secondo produttore, si ferma alla metà.
Qui in queste terre d’Africa la guerra civile è cominciata nel settembre del 2002. Interrotto dopo il cessate il fuoco del 2003, il conflitto è ripreso, più violento di prima, nel novembre 2004. Dopo oltre due anni, un accordo di pace è stato firmato a marzo nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, per metter fine alla divisione del paese in due zone: il nord controllato dai ribelli e il sud in mano alle forze governative. Fino ad allora la sicurezza nella zona cuscinetto era stata garantita dalla Francia. A marzo il presidente Gbagho ha nominato primo ministro Guillame Soro, capo dei ribelli delle Forze Nuove (FN).
Anche un prodotto apparentemente innocuo come il cioccolato può servire ad alimentare un conflitto sanguineo. Concentrandoci sulle dinamiche e non sulle cause della guerra, mostrando i legami tra lo sfruttamento del cacao e le violenze, legami resi possibili dalla corruzione.
Il finanziamento sarebbe avvenuto tramite una distribuzione di aiuti economici a pioggia, dollari dei quali avrebbero beneficiato entrambi i fronti in conflitto. Più di 118 milioni di dollari di profitto del commercio di cacao sono stati utilizzati per finanziare il recente conflitto. Il governo ne ha deviati oltre 58 milioni per l'acquisto di armi, e lo stesso hanno fatto i ribelli che hanno organizzato una tassazione parallela.
Se in altre zone dell’Africa è stato il commercio di diamanti a finanziare i conflitti, in Costa d’Avorio tutto ruotava intorno al cacao. Secondo le testimonianze raccolte nel campo i baccelli sono serviti da moneta di scambio per acquistare armi ed elicotteri da combattimento, invece che essere utilizzati per il sostegno della popolazione.
A servirsi dei proventi del cacao per scopi militari è stato il governo, infatti, avrebbe sottratto venti milioni di dollari dalle casse delle istituzioni che si occupano del commercio per rifornire le forze armate del presidente, accusate di gravi violazioni dei diritti umani.
Ma anche i miliziani delle Forze Nuove hanno tratto profitti dal cacao, riscuotendo dazi sul trasporto dei baccelli nelle loro zone. Conservando il controllo sui proventi del cacao coltivato nel nord, i ribelli hanno potuto apporsi a lungo alla riunificazione del paese. Dall’accordo di pace di marzo è cambiato poco, poiché molti capi-banda continuano a prelevare dazi ingenti, in particolare, si sono arricchiti ai danni della popolazione locale, che per il 70% lavora nel settore agricolo dove si coltiva il 10 per cento di tutto il cacao ivoriano.
Nel paese i controlli sul commercio del cacao sono inesistenti, i problemi, invece, non mancano, poiché le risorse sono gestite male, i conti delle aziende sono segreti e la corruzione è molto diffusa. L’indice va puntato sicuramente contro i vertici locali dell’industria del cacao e contro le società internazionali che producono cioccolato. Alcune di loro, quotate alla borsa ivoriana del caffè e del cacao, avrebbero contribuito a sottrarre fondi, nel caso si tratterebbe di una società ivoriana di proprietà del gruppo statunitense ADM, la Cocoa Sifca, e della Dafci, che appartiene alla francese Bolloré. L’industria del cioccolato preferisce non rivelare da dove arrivano i baccelli che usa e le aziende non comunicano quasi mai i loro dati contabili.
Sebbene sia vero che il cacao mondiale è prodotto in una fascia tropicale tra il 20° parallelo nord ed il 20° parallelo sud, mentre il cioccolato, il suo principale derivato, è consumato per la stragrande maggioranza da Europei ed Americani. Le società occidentali hanno ammesso che per esercitare le loro attività in Costa d’Avorio pagano al governo di Abidjan alcune imposte commerciali. Ma non si preoccupano dell’uso che viene fatto di queste tasse né rendono pubblico l’ammontare delle cifre versate.
Inoltre, é quasi inutile dire che produttori e raccoglitori ricevono il minimo profitto dalla vendita finale del prodotto da loro coltivato. Infatti, il prezzo della materia prima sfugge invece alle logiche economiche dei produttori e dei loro paesi d’origine visto che esso è fissato in un apposito mercato presso la Borsa di Londra. Questo perché alla Borsa non si acquista un bene reale bensì “futures” di cacao, dei veri e propri titoli di proprietà, da ritirare concretamente in un momento successivo, approfittando se possibile dell’aumento dei prezzi. Gli eventuali profitti di queste prassi economico-speculative non cambiano in alcun modo gli introiti dei produttori.
Conseguentemente il 20% delle fave mondiali transita dall’Olanda che è il principale paese produttore di semilavorati, polvere, burro e liquore di cacao poi usati per i dolciumi. Il mercato è dominato per l’80% da sole 6 multinazionali: Mars (Usa), Philip Morris (Usa, proprietaria di Kraft, Jacobs, Suchard, Cote d’Or e Milka), Herskey (Usa), Nestlé (Svizzera), Cadbury-Schweppes (Regno Unito) e dell’italiana Ferrero.
Da tenere in considerazione anche una lunga serie di atti di intimidazione nei confronti di chi indagava sul «sistema del cacao»: nel 2004 è scomparso il giornalista franco canadese Guy-Andre Kieffer e pochi mesi più tardi è stato sequestrato, e poi rilasciato, un giurista francese che stava effettuando controlli per conto dell'Unione europea.
Per approfondimento
Cacao è una pianta della famiglia delle Sterculiaceae, originaria dell'America meridionale. Esso è l'ingrediente base per ottenere una buona cioccolata. La coltivazione richiede elevate spese d'impianto e comincia a produrre dal quinto anno, mentre la fruttificazione dura per un trentina d'anni.
Ogni pianta fornisce 1-2 kg di semi secchi; la fruttificazione è continua, ma durante l'anno si hanno due periodi di massima produzione.
Il frutto della pianta (cabossa), si raccoglie un paio di volte all'anno, viene schiacciato e lo si fa riposare per circa una settimana, per poi estrarne la polpa ed i semi.
Cioccolato è un dolce derivato dai semi della pianta del cacao (theobroma cacao) diffuso e ampiamente consumato nel mondo intero. È preparato a partire dal burro di cacao (la parte grassa dei semi di cacao) con aggiunta di polvere di semi di cacao, zucchero e altri ingredienti facoltativi, quali il latte, le mandorle le nocciole o altri aromi.
Il cioccolato viene prodotto nelle forme più svariate; la più comune è la tavoletta, ma, sia industrialmente che artigianalmente, il cioccolato viene modellato in forme diverse, specie in occasione di ricorrenze o festività. Oltre a ciò, il cioccolato è anche un ingrediente di svariati dolciumi: gelati, torte, biscotti budini e altro.
La cioccolata è invece una bevanda liquida a base di polvere di semi di cacao. (fonte: Wikipedia).
La Repubblica di Costa d'Avorio (conosciuta dal 1985 come Repubblica di Côte d'Ivoire) è uno Stato dell'Africa Occidentale. Confina ad ovest con la Liberia e la Guinea, a nord con il Mali e il Burkina Faso, ad est con il Ghana e a sud con il Golfo di Guinea. La Costa d'Avorio è una repubblica presidenziale con capitale Yamoussoukro; la lingua ufficiale è il francese.
La popolazione odierna è composta da circa 60 gruppi etnici raggruppabili in 5 grandi ceppi: Akam, Gur, Kru, Mandé del Nord, Mandé del Sud. La Costa d’Avorio offre al turista numerose bellezze naturali come le zone montuose attorno alla regione del Man, l’affascinante territorio dei Semoufo, il parco nazionale di Conoe (il più vasto di tutta l’Africa occidentale) e i remoti villaggi dei pescatori.
Nonostante il suo sviluppo economico sia insidiato dall'agitazione politica dovuta alla dilagante corruzione, la Costa d'Avorio rimane uno degli stati più prosperi dell'Africa occidentale.
Scritto: da LuisB
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lunedì, 18 giugno 2007
Le morti bianche fanno strage in Italia
Crescono ancora le morti bianche in Italia. Secondo i dati – ancora provvisori - snocciolati oggi dal Rapporto sui Diritti Globali, sono state 1.280 le morti causate da incidenti sul lavoro nel nostro paese durante il 2006, un dato in aumento rispetto al 2005, anno in cui si sono registrate 1.265 morti bianche. Il triste primato della regione con più casi tocca alla Lombardia: 230 morti. Il maggior numero di infortuni mortali si è verificato nel settore delle costruzioni (282).
Anche i lavoratori extracomunitari sono falcidiati dagli incidenti sul lavoro: nel 2006 sono stati più di 100.000, di cui 137 mortali contro i 142 dell'anno precedente. Il Rapporto, fotografa il problema della sicurezza sul lavoro in Italia nella sezione dedicata ai diritti economico sindacali. I dati non sono positivi neanche per i lavoratori atipici. I numeri del 2005 mostrano 13 casi mortali per gli atipici, 8 per gli interinali.
Dagli infortuni sul lavoro non sono esenti, inoltre, le lavoratrici: alla fine del 2006, le donne invalide per infortunio sul lavoro sono state 121.926. Sono il 2,3% quelle coinvolte in infortuni contro il 4,5% degli uomini. E proprio le morti bianche delle donne hanno subito un'impennata del 19,2%, contro una diminuzione del tasso di mortalità maschile del 2,7%. Caduta in piano e urto contro qualcosa restano le principali cause di incidenti mortali.
Il Rapporto fotografa anche gli incidenti domestici. Qui le categorie più a rischio sono i bambini e gli anziani. Urti contro mobili o strutture della casa, cadute nei corridoi, negli ingressi e sulle scale interne sono le prime cause di infortuni tra le mura domestiche. In cucina sono sempre le donne a ferirsi di più: il 33% è dovuto all'utilizzo di oggetti taglienti. I maschi di casa, invece, si feriscono alla prese con il "faida-te", il 29% avviene in spazi aperti più adatti a praticarlo.
Scritto: da LuisB
16:18 Scritto in Attualità, Diritti Umani | Link permanente | Segnala | Tag: Italia, Lavoro, Incidenti, Rischio, Morte bianche, Uomini, Donne
venerdì, 13 aprile 2007
Giudici dacci oggi il nostro “gun” quotidiano
In questi ultimi giorni la Corte Federale d’Appello di Washington ha emesso una sentenza che avrà sicuramente gravi ripercussioni, non solo sulla sicurezza della Capitale degli Stati Uniti d’America, ma anche sulle legislazioni esistenti in altri distretti giudiziari della nazione. La decisione cancella in pratica una disposizione del Distretto di Columbia che proibisce ai residenti in quello stato di tenere armi in casa, e che aveva contribuito a far diminuire il numero di incidenti dovuti al possesso di fucili e pistole in una città che, nonostante gli sforzi delle autorità municipali, continua ad avere un alto numero di omicidi all’anno. Infatti, la cifra ha raggiunto, ormai, le 190 vittime mortali su una popolazione di meno di seicentomila persone.
La sentenza ha lasciato interdetto il nuovo sindaco di Washington, Adrian Fenty, che ha dichiarato in conferenza stampa: “Questa decisione è un affronto alle leggi che avevano contribuito a far diminuire la violenza armata nel Distretto di Columbia. È nostra intenzione perseguire ogni strada per far rigettare questa decisione.”
La Corte Federale d’Appello ha dichiarato incostituzionale la norma del governo della Capitale sostenendo che essa viola il Second Amendment che recita: “Una ben regolamentata milizia, essendo necessaria per la sicurezza di ogni libero stato, il diritto della gente di tenere e portare armi non potranno essere violati.”
L’ultima decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti risale al 1939. Gli avvocati difensori della norma del governo della Capitale hanno sostenuto che il Secondo Emendamento costituzionale fa riferimento solo ai soldati ed alle milizie di volontari che sono stati il primo nucleo armato spontaneo che ha consentito alle Colonie di ribellarsi al dominio inglese. Ma i giudici federali hanno deciso che l’interpretazione doveva essere estensiva e riferita alla possibilità di ogni cittadino americano di tenere in casa e portare armi per la propria sicurezza e per quella dei propri familiari, nonché per la difesa della proprietà.
Anni fa ha riempito le pagine dei giornali un episodio avvenuto a Washington DC durante la serata di Halloween: un ragazzo asiatico, vestito in maschera, ha sbagliato indirizzo ed è entrato nel giardino di una abitazione. Il proprietario imbracciato il fucile gli ha urlato “Freeze”, ma il giapponese non ha capito ed è stato ucciso. Uno dei tanti episodi di violenza armata.
La sentenza contro la norma della Capitale ha d’altro canto deliziato i responsabili della National Rifle Association, la potente lobby dei fabbricanti di armi che elargisce fondi sostanziosi al partito repubblicano ed a qualche democratico del sud.
“Si tratta di una vittoria significativa, ha detto il portavoce della associazione, che avrà conseguenze anche in altri stati della Federazione.” Logicamente ad ognuno la sua fetta di paradiso di fuoco nella America armata.
Per approfondimento
Link
Mappa delle zone insicure di Washington (in lingua inglese)
Geo localizzazione: Washington, Distretto di Columbia
Scritto: da LuisB
18:30 Scritto in Attualità, Diritti Umani, Opinione | Link permanente | Segnala | Tag: Nord America, USA, Washington, Arme, Legge, Corte Federal


































































