I giacimenti del potere: a chi appartiene oggi il petrolio
Autore : Guido Rampoldi
Editore : Mondadori
Anno : 2006
È uscito in queste settimane l’ultimo libro di Guido Rampoldi, nel quale il giornalista e inviato speciale della «Repubblica» condensa molte delle esperienze che ne hanno fatto un apprezzato conoscitore del mondo arabo e islamico e, più in generale, della geopolitica del petrolio e del gas.
L’obiettivo del lavoro di Rampoldi, pienamente raggiunto, è quello di mettere a fuoco, in un mondo in rapida evoluzione, l’identità dei principali protagonisti del mercato del petrolio e del gas, le motivazioni delle loro scelte, e le dinamiche delle loro interazioni. Non è un libro per specialisti, né contiene cifre, tabelle e statistiche che cerchino di fotografare una situazione che è, comunque, in costante movimento. Si tratta invece di una eccellente guida per chi voglia seguire – giorno per giorno, mese per mese – le notizie che si susseguono su questo fronte così importante, e inserirle in un quadro di riferimento che permetta di valutarne le implicazioni economiche e politiche.
Il dato di partenza che Rampoldi ci fornisce è quello dell’incertezza delle riserve di petrolio e di gas effettivamente disponibili. Da un lato sia i paesi produttori che le compagnie hanno interesse a sovrastimarli, dall’altro l’incertezza è aumentata dalla assoluta opacità riguardante i giacimenti del più importante paese produttore: l’Arabia Saudita, e più in generale degli altri paesi della gezira araba. È quindi impossibile fare previsioni affidabili sul periodo, più breve o più lungo, che ci separa dal raggiungimento del picco della produzione petrolifera e dall’inizio del suo declino, e questo certamente rende difficile decisioni razionali, crea incertezze ed è fonte di instabilità.
Ulteriori fattori di instabilità, ci ricorda Rampoldi, sono il progressivo appannamento dell’egemonia degli Stati Uniti in molte parti del mondo, la crescente difficoltà dell’Arabia Saudita a svolgere il suo tradizione ruolo di calmieratore del mercato internazionale del petrolio, l’ingresso massiccio di nuovi acquirenti sul mercato, in primis la Cina, che acuisce le tensioni sul mercato internazionale e fa in molti di casi del petrolio un problema di sicurezza nazionale.
È in questo quadro di incertezza che si svolge lo scontro tra «nazionalismo delle risorse» e «nazionalismo dei consumi» che è confermato anche da un recente articolo a firma di un alto dirigente dell’Eni (Lorenzo Maugeri sul «Sole 24 ore» del 5 giugno).
Dal lato dei produttori, Rampoldi ci dà un ricco quadro dei «padroni del petrolio», arricchito dalle sue personali esperienze nel corso di numerosi viaggi e incontri: non solamente le monarchie sunnite della penisola araba e i dirigenti sciiti dell’Iran, ma anche il presidente Putin della nuova Russia, gli Stati ex sovietici rivieraschi del Mar Caspio, i mullah dell’Afghanistan, i presidenti Chávez e Morales del Venezuela e della Bolivia, i generali della giunta birmana.
Si tratta di un coacervo di situazioni molto diverse tra di loro, accomunate però da un «nazionalismo delle risorse» nel quale si mescolano, in dosi variabili, alcuni ingredienti costanti: la necessità di utilizzare le risorse petrolifere per consolidare il proprio potere politico interno, il loro utilizzo come strumento di potere nelle relazioni internazionali e spesso, anche, le possibilità di arricchimento personale.
Ancora nel 1998-99, quando il petrolio costava 10-12 dollari al barile, erano i paesi produttori a chiedere, inutilmente, ai consumatori un dialogo per stabilizzare i prezzi. Oggi, con i prezzi che sfiorano i 70 dollari al barile, sono invece i paesi consumatori a presentare, altrettanto inutilmente, la stessa richiesta e a cercare di trarre le conseguenze economiche a politiche di una situazione che difficilmente tornerà ai parametri del decennio precedente.
Assistiamo quindi a un grande attivismo delle compagnie di Stato cinesi e indiane che puntano ad assicurarsi per il medio termine l’accesso a fonti energetiche sicure con contratti nei quali la durata è considerata un parametro prioritario rispetto al prezzo, senza tenere necessariamente conto del regime politico o della natura del governo del paese fornitore, si tratti del Sudan, di Iran o di altri che la comunità dei paesi occidentali tende invece a evitare o a isolare. Assistiamo anche a una basing strategy degli Stati Uniti che hanno creato con successo una catena di basi militari nell’ex Oriente sovietico, ma hanno fino ad ora fallito nel tentativo di spostare il centro di gravità della loro presenza nel Golfo, dall’Arabia Saudita all’Iraq.
L’Europa invece, e in particolare l’Italia, potrebbero essere i grandi sconfitti nella partita che si svolgerà nei prossimi anni e che è d’altronde già iniziata, perché importiamo l’80% dell’energia che consumiamo, perché abbiamo pochi strumenti per farci valere nei confronti dei nostri fornitori e, soprattutto, perché l’Unione Europea è priva di una politica energetica comune.
Il mercato degli idrocarburi, per la sua imprevedibilità, somiglia comunque, conclude Rampoldi, a uno di quei sistemi instabili che sono l’oggetto della cosiddetta teoria del caos. In assenza di una tendenza a raggiungere un equilibrio, o per lo meno un equilibrio soddisfacente, una soluzione potrebbe idealmente essere fornita da un «governo mondiale del petrolio». È stato il ministro del petrolio saudita a dire che «se vogliamo mercati stabili e prezzi giusti allora la produzione deve essere coordinata. Si tratta di mettere d’accordo produttori, consumatori e investitori attraverso gli organismi che li rappresentano: Opec, International Energy Forum e International Energy Agency. Una cooperazione esiste, ma non produce ancora impegni vincolanti. Però l’epoca dello scontro è alle nostre spalle».
Come ricordava Maugeri sul «Sole 24 ore» questa collaborazione fino a ora non c’è stata, né durante il precedente periodo del mercato dei compratori, né durante l’attuale periodo del mercato dei venditori. Occorrerebbe un ritorno a una politica che lasci più spazio al multilateralismo nel quadro di un grand bargain di cui forse, a voler essere ottimisti, si potrebbero intravedere i primi barlumi nelle più recenti evoluzioni delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Voto : 9/10
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